La prima volta che ho intercettato i Living Colour
è stato nel 1988, su Videomusic, quando passavano il video
di Funny Vibe. Tra i tanti clip più o meno deprimenti
(mai come quelli in rotazione in questi ultimi anni su MTV…),
almeno quello del gruppo americano sembrava divertente e lasciava
capire che i quattro ragazzotti di colore sapevano come tenere gli
strumenti in mano: energeticissimo funky rap rock con ironiche liriche
anti razziste a cui era impossibile rimanere indifferenti, e in
mezzo al pezzo un bell’assolo di chitarra rovente e una rullatona
di batteria sottolineata da una scritta fumettistica… “massive
drums roll” o qualcosa del genere. Passai qualche altra
ora in visione con una vhs pronta nel videoregistratore per poter
registrare il clip e studiarlo meglio: a quattordici anni ero costantemente
in cerca di qualche gruppo “attuale” da poter ascoltare
con soddisfazione senza dover per forza andare a caccia di costosi
vinili.
Più che la visione ripetuta del videoclip, a convincermi
della bontà del gruppo arrivò un altro filmato trasmesso
da Videomusic, la cronaca di un concerto dei Living Colour al Rolling
Stones di Milano nel 1990, quando al disco d’esordio, Vivid,
aveva fatto seguito il solidissimo Time’s Up:
memorabile l’inizio con il ticchettare degli orologi e dei
cucù. «È ora». In repertorio, anche una
stravolgente e stravolta, come è giusto che sia, riedizione
di Memories Can’t Wait dei Talking Heads
targati Eno… incrocio pericoloso a dir poco, superato di slancio
con quella contagiosa esuberanza che è stato sempre uno dei
marchi di fabbrica della band. Vivid (1988) e Time’s
Up (1990) sono due grandi album, pieni di brani decisamente
riusciti: Cult of Personality, Desperate People,
Funny Vibe, Open Letter to a Landlord sul primo,
Type, Pride, Elvis is Dead, Love
Rears Up Its Ugly Head, Information Overload sul secondo
sono pezzi a quattro stelle, convincenti e coinvolgenti, energici
e quadrati, ritmici e melodici.
Con Stain (1993), i Living Colour sembrano
accusare un calo di ispirazione, le sonorità si incupiscono,
anche se brani come Leave It Alone o Nothingness
sono comunque di alto livello. Nel 1995 arriva così, inaspettatamente,
lo scioglimento, dovuto pare proprio all’inaridirsi della
vena creativa che aveva brillantemente sostenuto il gruppo fino
a quel momento. Si tratta però di una separazione temporanea,
perché dal dicembre del 2000 Vernon Reid,
Corey Glover, Will Calhoun e Doug
Wimbish sono di nuovo insieme, inanellando una serie di
concerti in tutto il mondo e pubblicando due nuovi album, Colleidoscope
(2003) e il recente The Chair in the Doorway.
I fasti di Vivid e Time’s Up sembrano ormai
tramontati ma nel contesto live i Living Colour sono ancora una
band capace di entusiasmare e coinvolgere come ai vecchi tempi.
(Paolo Carnelli)
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